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O Recanto

Museu da Imagen e do Som
Sao Paolo
5-23 July, 2006


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Mostra a cura di Fernando Durão

L’esposizione, a cura del critico Fernando Durão, è organizzata dal MIS – Museo dell’Immagine e del Suono della città di San Paolo (Brasile), in collaborazione col Governo dello Stato di San Paolo, della Segreteria della Cultura e dell’UNESCO, presenta una selezione di fotografie di grande formato della serie “O recanto”, termine double face che appartiene sia alla lingua portoghese che al dialetto genovese. L’autore da molti anni conduce una ricerca sulle dimore rurali dell’isola di San Pietro, isola che per i Greci era “Hierakon”, per i Punici “l’isola degli sparvieri”. Oggi l’isola di San Pietro rappresenta l’ultima estrema propaggine della Sardegna lungo la costa sud-occidentale e il suo nome deriva da un’antica leggenda secondo la quale sarebbe stata rifugio di San Pietro, sorpreso sul mare da una furibonda tempesta. Un’altra tempesta, nel ‘200, colpì la “Crociata dei fanciulli”, facendo affondare due navi della flotta che trasportava sulle coste della Berberia migliaia di bambini con la missione di liberare il Santo Sepolcro e restituirlo così al mondo cristiano. Colonizzata nel ‘700 da coloni genovesi provenienti da Tabarca, altra isola sulle coste tunisine, fu teatro di una deportazione in massa a causa della pirateria barbaresca, e la sua popolazione ridotta in schiavitù per alcuni anni. Durante la Rivoluzione Francese divenne il laboratorio sociale per la creazione di una piccola repubblica ispirata dai principi rivoluzionari. Oggi è diventata una delle mete del turismo internazionale, senza tradire però l’attaccamento alle proprie radici culturali, alla propria lingua e ai costumi che ne hanno garantito finora la sua peculiarità. Le forme dell’abitare, in particolare le dimore rurali sparse nella sua campagna, sono ancora oggi la testimonianza preziosa dello spiccato carattere originale di questa piccola comunità, che mutua forme e colori dall’ancestrale cultura mediterranea fino ad assurgere a suo simbolo emblematico. Il colore bianco della calce, così sensibile anche al tatto, nella luce abbacinante del sole rappresenta un mirabile contrasto coi verdi intensi della campagna e con l’azzurro del mare d’intorno, che rimanda nella brezza salsa gli odori tipici della vegetazione, ora con la prevalenza del ginepro o del fico o della vite, componendo un’armonia ineguagliabile per gli occhi e un felice riparo per lo spirito, singolare rifugio dell’anima “o recantu” rappresenta la traccia di una millenaria cultura aperta al mondo, ma custodita nel fondo di un solare isolamento che solo un’isola di un’isola può garantire.

Cosa poteva fare lo sguardo del fotografo di fronte a questo complesso universo? Come restituire il senso del tempo, della natura, di un antico sapere, di un’arcaica saggezza? Scartata l’idea di procedere sugli angusti sentieri della documentazione, lo sguardo si è posato sui dettagli, frammenti sparsi di una realtà irriducibile e incommensurabile, dettagli minimi eppure emblematici di un mondo che viene restituito attraverso forme elementari e colori colti nel loro violento contrasto di luci. Consapevoli dell’impossibilità da parte della fotografia di riuscire a restituire il senso di una totalità, della falsità di uno sguardo apparentemente onnisciente, di una realtà sfuggente a qualsiasi riduzione e semplificazione, il fotografo ha perciò preferito procedere per minimi accostamenti di forme e luci, focalizzando la percezione su quegli aspetti che meglio caratterizzano il paesaggio mediterraneo: le linee geometriche dell’uomo assolutamente perfette nella loro semplicità e la riduzione della gamma dei colori sullo sfondo di un cielo che, evocando una vecchia canzone, pare “dipinto di bleu”. Sotto quel cielo una cultura millenaria ha elaborato forme e modi di abitare la natura che ancora oggi rappresentano un miracoloso equilibrio e un ammirevole rispetto nei confronti dell’ambiente: una cultura, quella contadina, autenticamente ecologica, al di là di qualsiasi ideologia, fatta di gesti semplici e di un’antica consapevolezza fondata sul rispetto delle cose e degli altri, elementi questi che ancora oggi possono rappresentare un esempio illuminante di armonia, di pace e serenità in un mondo dominato spesso dal caos e dalle logiche di dominio e sfruttamento delle risorse che la natura ci mette generosamente a disposizione.




Dal testo in catalogo:

"O recanto"

A cura di Fernando Durão

Nel Brasile e nel mondo, la fotografia artistica sta diventando sempre più presente nelle mostre, biennali, gallerie d’arte, musei e collezioni private.

L’era digitale mette a disposizione nuove macchine fotografiche, nuovi metodi di stampa e di elaborazione dell’immagine finale; tuttavia, senza dubbio, è nel contenuto che risiede la massima espressione della fotografia di tipo artistico. In sintonia con questa attitudine di pensiero e di conoscenza tecnologica, ho avuto modo di conoscere il fotografo italiano Mauro Rombi e il suo lavoro fotografico intitolato “O recanto”; immagini che confermano la supremazia dello sguardo rispetto a qualsiasi nuova tecnologia oggi esistente.

Mauro Rombi, attraverso un tipo di inquadratura particolarmente calibrata, ha svolto un registro delle case rurali dell’isola di San Pietro, nel litorale sud-occidentale della Sardegna. Uno sguardo fotografico che non è quello del reporter né dell’antropologo, così come non vi è l’interesse di procedere ad una archiviazione fotografica, seppure se ne riconosca l’importanza dal punto di vista dell’architettura rurale mediterranea.

Uno sguardo fotografico che procede ad una notevole elaborazione di piani geometrici, che rivelano un approfondimento delle sue preoccupazioni artistiche per la creazione. Inquadrature che focalizzano lo spazio e il tempo, che trovano la loro espressione nella sovrapposizione di piani interni ed esterni, nell’intenzione esplicita di sovvertire i concetti post-moderni, che trattano la rappresentazione dell’uomo alla stregua di valori nascosti o in trasformazione.

Mauro Rombi inquadra sapientemente la vita quotidiana in una realtà che rimane congelata sotto l’effetto del “click”, un istante soggettivo, personale, poetico, che riguarda la questione dei limiti e delle frontiere visuali tra il passato e il presente. Una lettura fotografica impregnata di codici estetici, ove il senso del tempo rimanda a un territorio condiviso con l’immaginario dell’osservatore.

Fernando Durão
São Paulo, 2006
 
 

 
 
 
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